Il calo numerico dei preti

Il calo numerico del clero e il sempre più frequente accorpamento di parrocchie, con il conseguente affidamento delle stesse a un unico sacerdote, sono problematiche alle quali la Chiesa cattolica deve dare risposte concrete. A questo segno dei tempi è fortemente legata la necessità di aprire le parrocchie all’apporto dei laici. Per questo, il Centro di Orientamento Pastorale ha dedicato il tema della sua 69ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale, che si è tenuta a Torreglia (Padova) dal 24 al 27 giugno 2019, a “Parrocchia senza preti. Dalla crisi delle vocazioni alla rinnovata ministerialità laicale”. Dagli interventi, sono emersi molti spunti di riflessione che riguardano anche la figura dell’educatore laico nell’oratorio.

Partendo dai dati che vedono negli ultimi tre decenni una riduzione del corpo sacerdotale italiano del 16% circa, con un’età media di oltre 61 anni e un terzo del clero con più di 70 anni e un decimo con meno di 40 (Franco Garelli), è immediato capire che per svolgere tutte le attività pastorali di una parrocchia è necessario «un prete che non si pensa più da solo, ma impara a costruirsi dentro un grande noi che è il presbiterio e la comunità» (don Luca Bressan).

Il coinvolgimento della comunità e dei laici non deve essere visto solo per riempire dei vuoti, ma per leggere i segni dei tempi e spostare l’attenzione dal “che cosa fare” al “chi è coinvolto”, dall’oggetto ai soggetti. In coloro che vengono coinvolti nelle attività pastorali devono essere presenti professionalità e competenza, non nell’ottica di un mero mestiere (comunque il lavoro va compensato), ma di una coniugazione con l’aspetto simbolico e sacramentale della Chiesa. Tra l’altro, studi sviluppati soprattutto su gruppi professionali di animatori di oratorio hanno rivelato che la presenza di un professionista fa crescere il volontariato (Assunta Steccanella).

Quindi, anche se «il clero non è ancora totalmente convinto della necessità della valorizzazione dei laici, una valorizzazione vera», essi dovrebbero essere ben presenti con ruoli precisi, in particolare nelle unità pastorali, perché ad oggi solo loro possono garantire la continuità dei progetti sul territorio (don Giovanni Villata). Per questo, devono essere superate le paure che segnano le comunità: tradizionalismo, ovvero la paura del futuro; ecclesiocentrismo, la paura di aprirsi al mondo; clericalismo, la paura di perdere potere. Ma il futuro è la realtà del Regno di Dio che ci viene incontro e richiama una conversione pastorale, ricordando che l’unica autorità è il servizio e l’unico potere è la croce (don Antonio Mastantuono).

Come fare? È essenziale che si lavori insieme, in maniera sinodale. Nella gestione dell’oratorio, il progetto educativo deve prevedere la corresponsabilità tra prete e laici e la comunione degli specifici contributi di ognuno, all’interno di obiettivi comuni. Solo così è possibile consentire «la promozione di una collaborazione efficace» e configurare «la comunità stessa con la varietà dei doni» (don Livio Tonello). Ecco che risuonano significative le parole che mons. Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina, ha inserito nelle sue conclusioni sul convegno: «Io prete sono e resto pastore se faccio vigilanza, se ci tengo alla capacità di aprirmi e aprire al Regno, se non mi piango addosso, se mi ci butto nella vita concreta, se non mi fermo a discernimenti astratti; occorre un passo in più: sporcarsi le mani nella mischia».

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