La nave ospedale “Papa Francesco” sul Rio delle Amazzoni

Il Rio delle Amazzoni attraversa un territorio sterminato e lungo di esso vivono molte popolazioni spesso prive di assistenza sanitaria. In occasione della Giornata Mondiale della Gioventù del 2013 a Rio de Janeiro, Papa Francesco visitò un ospedale gestito dalla Fraternità Francesco d’Assisi nella Provvidenza di Dio e chiese a frei Francisco Belotti, coordinatore della Fraternità, se operassero nella foresta amazzonica. La risposta fu negativa, ma la domanda innescò qualcosa.
Come racconta l’Agenzia S.I.R., da quel momento si fece strada un progetto che ha portato alla costruzione di altri due ospedali, a Óbidos e Juruti. Ma, per riuscire a raggiungere gli indigeni e le persone più vulnerabili che vivono lungo il grande fiume o all’interno della foresta, ciò non bastava. Così, quest’estate al porto di Óbidos, nello Stato brasiliano del Pará, la Fraternità ha varato la nave ospedale “Papa Francesco”.
Grazie a un finanziamento del Governo brasiliano, che ha destinato al progetto i proventi di un indennizzo per danno morale collettivo a carico delle aziende Shell Chimica e Basf S.A, nei cantieri navali di Fortaleza è stata allestita un’imbarcazione di trentadue metri con apparecchiature per la diagnosi, il trattamento, il ricovero e la prevenzione in oftalmologia, odontologia, chirurgia, analisi di laboratorio, infermeria, vaccinazioni, radiografia, mammografia ed elettrocardiogramma.
A bordo ci sono un religioso, un equipaggio di dieci persone e circa venti tra medici e paramedici, spesso volontari provenienti dall’estero, anche dall’Italia. Ogni spedizione lungo il Rio delle Amazzoni, che comprende anche una lancia con funzioni di ambulanza, dura dieci giorni e tocca oltre mille località, per un bacino potenziale di settecentomila persone. Patrizia Cusano, presidente dell’organizzazione di medici italiani Mattoni di gioia Onlus, spiega:
“Il nostro obiettivo è, certamente, quello di portare il nostro aiuto e le nostre competenze, ma anche e soprattutto quello di formare le persone del luogo. Per questo abbiamo voluto portare con noi un ecografo portatile, che è un dono di Papa Francesco [attraverso l’Elemosineria Apostolica]. […] È tutto nuovo, la nave e anche il nostro servizio, ma mi sembra importante il poter investire su delle professionalità locali. Questa nave rappresenta per tante persone l’unica opportunità di essere curati. Basti pensare che tra le città di Óbidos e di Santarém ci sono otto ore di traghetto.”

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Cari giovani: non abbiate paura di Cristo!

E’ nel passaggio finale della sua omelia, pronunciata in occasione della cerimonia di inizio del suo pontificato, che Benedetto XVI guarda in modo speciale ai giovani, e lo fa sullo stile e con le parole di Giovanni Paolo II, proponendo ancora una volta al mondo la storica esortazione “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!” Un segno di continuità ma anche una scommessa a cui il successore di Pietro non vuole rinunciare. “In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!” Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell’arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell’uomo, alla sua dignità, all’edificazione di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani.
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui paura che Egli possa portar via qualcosa del-la nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita. Amen”.

Benedetto XVI saluta i giovani e ricorda loro il monito di papa Wojtyla: “Spalancate le porte a Cristo!” e aggiunge: “Egli non toglie nulla, e dona tutto”.

Figlio di Dio e Sapienza del Padre

Signore Gesù, Figlio di Dio e Sapienza del Padre, Verbo fatto carne e splendore della gloria, tu ti sei avvicinato a noi, venendoci incontro e invitandoci alle nozze della chiesa con Dio, Padre di tutti. Che il nostro amore domandi, cerchi, raggiunga e scopra la tua sapienza e permanga sempre in ciò che ha scoperto.
Oggi desideriamo evocarti e pregarti con le parole evangeliche: «Beati gli invitati alla mensa del Signore», cioè: «Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello» (Ap 19,9), o con quelle di sant’Agostino: «Tutta la durata del tempo è come la notte, nel corso della quale la chiesa veglia, con gli occhi della fede rivolti alle Sacre Scritture come a fiaccole che risplendono nel buio, fino alla venuta del Signore».
Noi siamo ora quelle cinque vergini prudenti, che siedono a mensa con lo sposo.
Affidiamo tutti insieme, con fede e umiltà, un desiderio alla generosità del nostro Dio: che tutti noi, che viviamo nella fede e siamo nell’attesa della pace sabbatica, possiamo ritrovarci un giorno riuniti nel tuo Regno, nel banchetto eterno, e che nessuno resti fuori da quella misteriosa porta, là fuori «dove c’è pianto e stridore di denti».
Allo stesso modo, possa tu, o Signore, quando verrai, trovare la tua chiesa vigilante nella luce dello Spirito per risvegliarla anche nel corpo, che giacerà addormentato nella tomba.

La porta del cielo

Un antico racconto degli ebrei della diaspora così dice: «Cercavo una terra, assai bella, dove non mancano il pane e il lavoro: la terra del cielo. Cercavo una terra, una terra assai bella, dove non sono dolore e miseria, la terra del cielo.
Cercando questa terra, questa terra assai bella, sono andato a bussare, pregando e piangendo alla porta del cielo…
Una voce mi ha detto, da dietro la porta: “Vattene, vattene perché io mi sono nascosto nella povera gente.
Cercando questa terra, questa terra assai bella, con la povera gente, abbiamo trovato la porta del cielo».
Ciò che ora compie con forza, facendo violenza al proprio cuore, lo compirà senza fatica
Per quanto uno può, divenga misericordioso, dolce, compassionevole e buono, come dice il Signore: «Siate buoni e dolci come è misericordioso il Padre vostro celeste» (cfr. Lc 6,36); e dice anche: «Se mi amate, osservate i miei comandamenti» (cfr. Gv 14,15); e ancora: «Fatevi violenza, perché i violenti rapiscono il regno dei cieli» (cfr. Mt 11,12); e: «Sforzate-vi di entrare per la porta stretta» (Lc 13,24). In tutto prenda a modello l’umiltà, la condotta, la mitezza, i modi di vita del Signore con un ricordo sempre desto. Sia perseverante nelle preghiere supplicando sempre con fede il Signore che venga a dimorare in lui, lo risani, gli dia la forza di osservare tutti i suoi comandamenti e divenga egli stesso la dimora del-la sua anima. E così, ciò che ora compie con forza, facendo violenza al proprio cuore, lo compirà spontaneamente quando avrà assunto l’abitudine al bene, quando ricorderà sempre il Signore e lo attenderà con amore grande. Quando il Signore vede tale risoluzione e il suo zelo buono, e in che modo fa sempre violenza a se stesso per ricordarsi di lui e per il proprio bene, e si costringe all’umiltà, alla mitezza, alla carità e come, anche se il suo cuore non vuole, vi si dedica con tutte le sue forze, facendosi violenza, allora gli fa misericordia e lo libera dai suoi nemici e dal peccato che abita in lui colmandolo di Spirito santo. Ed egli ormai compie ogni comandamento del Signore senza sforzo ne fatica, in verità o meglio, è il Signore che compie in lui i suoi comandamenti e produce in purezza i frutti dello Spirito. Quando uno si accosta al Signore, deve allora innanzitutto costringersi al bene, anche se il suo cuore non lo vuole, e attendere sempre con fede la sua misericordia; deve costringersi alla carità pur non avendo carità, costringersi alla mitezza, pur non avendo mitezza, costringersi ad avere un cuore compassionevole e misericordioso, costringersi a sopportare il disprezzo, ad essere paziente quando viene disprezzato e a non adirarsi quando è vilipeso o oltraggiato, come sta scritto: «Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi» (Rm 12,19), costringersi alla preghiera, pur non possedendo preghiera spirituale. E così Dio, vedendolo lottare in questo modo e costringersi facendosi violenza, anche se il suo cuore non vuole, gli dona la vera preghiera spirituale, gli dona la vera carità, la vera mitezza, viscere di misericordia, la vera bontà e, in una parola, lo colma dei frutti dello Spirito.

(PSEUDO-MACARIO, Omelie 19,2-3, in ID., Spirito e fuoco, Rose 1995, pp. 242-243).

Quale fuoco attraversa la nostra storia?

O Cristo dov’è dunque la tua vittoria?
Dove sono i segni della tua gloria
quando ogni carne conosce ancora
la sorda angoscia della morte?
Tocca i nostri cuori, perché possano credere.

Perché tenebre così profonde?
Il tuo giorno, Signore, doveva rispondere
del seme che muore senza portare frutto
nel silenzio dell’oblio.
La tua alba è lenta sul mondo…

Il corpo subisce sempre violenza.
Tu non hai fatto sì che la sofferenza
e la paura, Signore Gesù,
dal giorno della tua Pasqua siano scomparse:
Tu le riempi della tua presenza.

Quale fuoco attraversa la nostra storia?
Nessun altro segno della tua gloria
se non la tua parola e il tuo pane.
Ma il nostro cuore arde all’improvviso:
o Cristo, l’amore è la tua vittoria.

(Commissione francofona cistercense, Inno per i vespri)