La salvezza viene dal dono che Cristo fa di sé

Gesù suscita la perplessità dei presenti, perché sta affermando che la salvezza viene dal dono di sé di un uomo normale, di un uomo debole e fragile. Per i presenti questo è intollerabile, anzi è un sacrilegio. I presenti rifiutano l’Incarnazione come presenza di un Dio che si fa umano e rifiutano la Croce come evento Pasquale di salvezza. Per loro il segno che rimanda alla Parola che salva è la manna, che Dio donò nel deserto (cf. Gv 6,49.58).
Invece i progetti di Dio non si omologano ai pensieri degli umani. Nei progetti di Dio, la Parola rimane sempre la Parola che salva, ma ora avviene una svolta dalla quale non si ritorna indietro: questa Parola che in Gesù si è fatta umanità e che nel Corpo-carne-sangue di Gesù si fa pane vivente che dona al mondo la vita, questa stessa Parola apre al mondo la salvezza, cioè la possibilità concreta di vivere le relazioni umane nella prospettiva della comunione, della condivisione, della fraternità-sororità. Per dirla con altre parole: il Cristo, pane vivente, sazia la nostra fame di comunione, di condivisione, di solidarietà. L’unica condizione che Gesù pone è quella di ascoltare con cura la sua Parola, di sedersi con rispetto alla sua tavola, di accogliere questo pane come un dono e di mangiarlo, vale a dire di assimilare, di “metabolizzare” lo stile di vita di questo pane che, attraverso l’azione dello Spirito Santo, è stato trasformato sacramentalmente nel Corpo di Gesù.

Saremo anche noi dove è Cristo

Colmi di fiducia, volgiamoci senza timore verso il nostro redentore Gesù, volgiamoci senza timore verso l’assemblea dei patriarchi, partiamo per andare senza timore presso il nostro padre Abramo quando sarà giunto il giorno per noi fissato; senza timore volgiamo-ci all’assemblea dei santi e alla adunanza dei giusti. Andremo presso i nostri padri, andremo presso i nostri maestri nella fede perché, anche se mancano le opere, ci soccorra la fede e sia conservata la nostra eredità. Andremo dove il santo Abramo apre il suo seno per accogliere i poveri così come ha accolto anche Lazzaro. In quel seno riposano coloro che in questo mondo sopportarono gravi e penose fatiche. Padre [Abramo], ancora una volta tendi le tue mani per accogliere il povero, apri il tuo grembo, allarga il tuo seno per accoglierne di più perché moltissimi sono quelli che credono nel Signore. […] Il Signore sarà la luce di tutti e la luce vera che illumina ogni uomo (cfr. Gv 1,9) risplenderà su tutti. Andre-mo là dove ai suoi poveri servi il Signore Gesù ha preparato le dimore, per essere anche noi dove è Lui; così ha voluto. Ascoltalo quando dice quali sono queste dimore: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore» (Gv 14,2), e ascoltalo quando manifesta la sua volontà: «Vengo di nuovo e vi chiamo a me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,3). Ma tu affermi che Gesù parlava soltanto ai suoi discepoli perché ad essi soltanto avrebbe pro-messo molte dimore; perciò le preparava solamente per i suoi undici discepoli. E che ne è allora di quel detto che da tutte le parti del mondo verranno e riposeranno nel regno di Dio? (cfr. Mt 8,11). Perché dubitiamo della realizzazione della volontà divina? Il volere di Cristo è già operante. Cristo mostrò anche la via, mostrò anche il luogo, dicendo: «E dove io vado, voi lo sapete e conoscete la mia via» (Gv 14,4). Il luogo è presso il Padre, la via è Cristo, così come lui stesso dice: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). Entriamo dunque per questa via, restiamo saldi nella verità, seguiamo la vita. La via è quella che conduce, la verità quella che da saldezza, la vita è quella che è data per mezzo suo. E perché conoscessimo la sua vera volontà, aggiunse: «Padre, quelli che tu mi hai dato, voglio che essi pure siano con me dove sono io, in modo che vedano la mia gloria» (Gv 17,24).

(AMBROGIO, Il bene della morte 12,52-54, in Opera omnia di sant’Ambrogio, pp. 200-204).

Mi interessa!

Di don Luigi Maria Epicoco

L’amore è la logica del “mi importa” contro la logica dell’indifferenza. Lo dice chiaramente Gesù nel Vangelo di oggi: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dona la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore».
Infatti si capisce la qualità dell’amore di qualcuno non quando le cose vanno per il verso giusto, ma esattamente quando girano per quello sbagliato. Tutti almeno una volta nella vita ci siamo accorti che i veri amici, ad esempio, sono quei pochi che non se ne sono andati quando è finita la salute, o quando hai fatto l’esperienza di sbagliare e fallire. I lupi aiutano sempre a capire chi ci ama davvero. Per questo, credo che ci sia una provvidenza anche nelle cose brutte che ci accadono perché ci aiutano a svelare la qualità di molte nostre relazioni. L’esperienza cristiana è quell’esperienza attraverso cui ci riconciliamo con la nostra debolezza (l’essere pecore bisognose di prote­zione) e smettiamo di essere convinti che l’unica maniera di sopravvivere è diventare lupi.

La risposta di Dio Padre all’amore del Figlio

La Risurrezione di Gesù è la risposta di Dio Padre all’amore del Figlio per i perduti e gli scartati della storia. Questo è attestato in tutte le S. Scritture. Ecco perché Pietro, dopo la Pentecoste, può testimoniare che Dio ha risuscitato Gesù, non abbandonandolo, lui il Giusto, nei legami della morte (si legga la prima lettura di questa domenica: At 2,22-33). È Gesù il Giusto per eccellenza, il quale è morto per aprire un cammino di speranza agli ingiusti (non ai più bravi o ai più meritevoli… ) e così farli diventare giusti, se liberamente accolgono la sua consegna. Sì, è nella debolezza della Croce che si manifesta la “potenza in opere e parole” di Gesù, l’uomo Giusto.

Gesù in croce

Al momento dell’arresto, Gesù salva i suoi discepoli affinché non si perdano (cf. Gv 18,9).
– Durante l’interrogatorio del sommo sacerdote Anna e di Caifa, Pietro rinnega Gesù, mentre si riscaldava attorno al fuoco che era stato acceso dai servi e dalle guardie durante l’interrogatorio di Gesù. Non sarà che quel fuoco – quasi come una piccola presenza “sacramentale” – evochi discretamente l’amore appassionato del Signore? Così nel Cantico dei Cantici: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!» (Ct 8,6).
– Durante l’interrogatorio, Pilato presenta ai capi dei sacerdoti e alle guardie Gesù con la corona di spine e il mantello di porpora, dicendo: «Ecco l’uomo!» (Gv 19,5). Alla fine dell’interrogatorio lo presenta ai Giudei, dicendo: «Ecco il vostro re!» (Gv 19,14). Le due espressioni sono correlate: nell’umanità di Gesù si manifesta la sua autentica regalità, per nulla assimilabile alla regalità dei re e dei governatori di questo mondo (cf. Gv 18,36-37), perché la sua regalità è al servizio della testimonianza della verità, vale a dire, della rivelazione e manifestazione concreta della fedeltà di Dio e del suo amore per l’umanità. È questa la verità che ci spoglia da ogni forma di idolatria del potere e ci rende veramente liberi in questo mondo (cf. Gv 8,32).
– Nel momento in cui muore, Gesù consegna lo Spirito (cf. Gv 19,30), come compimento della missione che il Padre gli ha affidato. È lo Spirito del Padre che lo ha sostenuto nel cammino della vita. È lo Spirito Amore, il Paràclito, che ha ispirato le sue scelte e le sue azione, che lo ha aiutato a discernere la volontà e i comandamenti del Padre, a discernere la sincerità dalla menzogna.
Questo stesso Spirito oggi viene consegnato e infuso dentro di noi, come “Paràclito”, come “colui che è chiamato a stare accanto a noi” a difenderci e a sostenerci nel cammino della nostra vita, anche nei giorni più difficili della nostra esistenza, come quelli che stiamo vivendo in questi mesi.