La Cei: continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo

Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.
Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.
Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto. Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.
Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata.

LA PRESIDENZA DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Tratto da Avvenire 20/07/2018.

«La pace in Centrafrica è un sogno possibile»

La «suora coraggio» sfida la guerra coi libri

«Togliamo dalle mani dei bambini i fucili e sostituiamoli con i libri». È il motto della “suora coraggio”, come hanno soprannominato suor Maria Elena Berini, religiosa della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, 74 anni, originaria di Sondrio. Missionaria in Africa dal 1972, la religiosa è stata insignita del premio internazionale “donne di coraggio 2018” attribuito ogni anno dal Dipartimento di Stato Usa. E suor Maria Elena di coraggio ne ha parecchio. In Centrafrica da undici anni – dopo altri 35 anni trascorsi in Ciad –, la religiosa s’è trovata in prima linea nella guerra che dal 2012 dilania la nazione. «A Bocaranga, una cittadina del Nord di 15mila abitanti dove risiedo con altre cinque consorelle, a volte, i gruppi di ribelli e- scono dalla savana e attaccano i villaggi vicini», racconta. La missione ha subito due feroci assalti. Il primo nel febbraio 2017, il secondo nel settembre scorso. «Uno dei combattenti, d’un tratto, si fermò e mi disse: “Ti uccido”. Gli risposi: “Uccidimi, sono qui, non ho paura”. Si voltò e andò via sbattendo la porta. Non so come mi fosse venuta quella frase. Interiormente pregavo il Signore e Lui mi ha ispirato e continua a farlo nei momenti difficili, che purtroppo sono tanti ». Le bande armate controllano l’80 per cento del territorio. Il governo di Faustin-Archange Touadéra ha difficoltà ad imporre la propria autorità fuori dalla capitale, Bangui. «Si respira un clima di perenne insicurezza, di angoscia, di paura. Eppure, come comunità, non ci stanchiamo di testimoniare che è possibile vivere insieme». In un contesto dove la differenza etnica e religiosa è manipolata per fomentare conflitti che hanno per oggetto le enormi risorse della nazione, le missionarie di Bocaranga combattono la loro battaglia pacifica per la convivenza. A colpi di penna e quaderno. «La scuola è l’antidoto al fondamentalismo, alla paura dell’altro. L’educazione apre le menti alla conoscenza, alla cultura, al rispetto delle diversità, al dialogo », afferma suor Maria Elena che, insieme alle consorelle, gestisce un istituto per 1.300 bimbi e assicura una formazione completa, dall’asilo alle superiori. La frequentano alunni di ogni gruppo etnico e di differenti confessioni cristiane: i musulmani sono dovuti fuggire all’inizio del conflitto per i raid delle milizie anti-Balaka. «Vogliamo insegnare, nel quotidiano, che il diverso non è un nemico. Che la religione non divide, al contrario. È il mezzo per avvicinarsi a Dio insieme, ciascuno con le proprie convinzioni». Non è facile, data la martellante campagna d’odio promossa dalle bande armate.
«Questo Paese, però, non smette di sorprenderci. Il popolo centrafricano, nonostante il suo lungo Calvario, sa ricominciare sempre. È stupenda la capacità dei poveri di rinascere ». Proprio nel nome di questo “popolo martire”, suor Maria Elena ha accettato e ricevuto l’onorificenza statunitense lo scorso 23 marzo, dalle mani della first lady Melania Trump.
«Quando ho ricevuto la prima email, pensavo si trattasse di uno scherzo. Poi mi hanno chiamato per spiegarmi. Mi sono sentita indegna. Tante donne nel mondo mostrano il loro coraggio aiutando, combattendo per i diritti dei poveri, soffrendo e spesso donando la vita. Perché dovevano premiare proprio me? Ho voluto accogliere, dunque, questo riconoscimento in rappresentanza della congregazione a cui appartengo che mi ha permesso di vivere in pieno il nostro carisma: “Amare Cristo e i poveri in terra d’Africa”. E della gente del Centrafrica, autentica maestra di coraggio».

Tratto da Avvenire 06/05/2018, articolo di LUCIA CAPUZZI

«La pace in Centrafrica è un sogno possibile». La «suora coraggio» sfida la guerra coi libri

«Togliamo dalle mani dei bambini i fucili e sostituiamoli con i libri». È il motto della “suora coraggio”, come hanno soprannominato suor Maria Elena Berini, religiosa della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, 74 anni, originaria di Sondrio. Missionaria in Africa dal 1972, la religiosa è stata insignita del premio internazionale “donne di coraggio 2018” attribuito ogni anno dal Dipartimento di Stato Usa. E suor Maria Elena di coraggio ne ha parecchio. In Centrafrica da undici anni – dopo altri 35 anni trascorsi in Ciad –, la religiosa s’è trovata in prima linea nella guerra che dal 2012 dilania la nazione. «A Bocaranga, una cittadina del Nord di 15mila abitanti dove risiedo con altre cinque consorelle, a volte, i gruppi di ribelli e- scono dalla savana e attaccano i villaggi vicini», racconta. La missione ha subito due feroci assalti. Il primo nel febbraio 2017, il secondo nel settembre scorso. «Uno dei combattenti, d’un tratto, si fermò e mi disse: “Ti uccido”. Gli risposi: “Uccidimi, sono qui, non ho paura”. Si voltò e andò via sbattendo la porta. Non so come mi fosse venuta quella frase. Interiormente pregavo il Signore e Lui mi ha ispirato e continua a farlo nei momenti difficili, che purtroppo sono tanti ». Le bande armate controllano l’80 per cento del territorio. Il governo di Faustin-Archange Touadéra ha difficoltà ad imporre la propria autorità fuori dalla capitale, Bangui. «Si respira un clima di perenne insicurezza, di angoscia, di paura. Eppure, come comunità, non ci stanchiamo di testimoniare che è possibile vivere insieme». In un contesto dove la differenza etnica e religiosa è manipolata per fomentare conflitti che hanno per oggetto le enormi risorse della nazione, le missionarie di Bocaranga combattono la loro battaglia pacifica per la convivenza. A colpi di penna e quaderno. «La scuola è l’antidoto al fondamentalismo, alla paura dell’altro. L’educazione apre le menti alla conoscenza, alla cultura, al rispetto delle diversità, al dialogo », afferma suor Maria Elena che, insieme alle consorelle, gestisce un istituto per 1.300 bimbi e assicura una formazione completa, dall’asilo alle superiori. La frequentano alunni di ogni gruppo etnico e di differenti confessioni cristiane: i musulmani sono dovuti fuggire all’inizio del conflitto per i raid delle milizie anti-Balaka. «Vogliamo insegnare, nel quotidiano, che il diverso non è un nemico. Che la religione non divide, al contrario. È il mezzo per avvicinarsi a Dio insieme, ciascuno con le proprie convinzioni». Non è facile, data la martellante campagna d’odio promossa dalle bande armate.
«Questo Paese, però, non smette di sorprenderci. Il popolo centrafricano, nonostante il suo lungo Calvario, sa ricominciare sempre. È stupenda la capacità dei poveri di rinascere ». Proprio nel nome di questo “popolo martire”, suor Maria Elena ha accettato e ricevuto l’onorificenza statunitense lo scorso 23 marzo, dalle mani della first lady Melania Trump.
«Quando ho ricevuto la prima email, pensavo si trattasse di uno scherzo. Poi mi hanno chiamato per spiegarmi. Mi sono sentita indegna. Tante donne nel mondo mostrano il loro coraggio aiutando, combattendo per i diritti dei poveri, soffrendo e spesso donando la vita. Perché dovevano premiare proprio me? Ho voluto accogliere, dunque, questo riconoscimento in rappresentanza della congregazione a cui appartengo che mi ha permesso di vivere in pieno il nostro carisma: “Amare Cristo e i poveri in terra d’Africa”. E della gente del Centrafrica, autentica maestra di coraggio».

Articolo tratto da Avvenire 06/06/2018 di LUCIA CAPUZZI

Le tre “p” di papa Francesco

Da Francesco «tre p» per la vita consacrata Preghiera, povertà, pazienza le colonne su cui fondare la propria testimonianza
Tre ‘p’. Preghiera, povertà e pazienza. Sono queste le tre «colonne» della vita consacrata. Papa Francesco lo aveva già detto nel corso della sua visita a San Giovanni Rotondo. Ieri lo ha ribadito parlando, a braccio, ai partecipanti al Convegno internazionale promosso dalla Congregazione per i religiosi presieduta dal cardinale brasiliano João Braz de Aviz. Nel farlo il Pontefice ha raccomandato di evitare l’attaccamento ai soldi e tutte le ricchezze, di rifuggire «cordate» e «carrierismi».
Il vescovo di Roma ha innanzitutto ricordato che pregare è come «tornare sempre alla prima chiamata» riscoprendo la «radicalità» della scelta religiosa: «lascio tutto per Te». E «la preghiera –ha ribadito – è l’aria che ci fa respirare quella chiamata, rinnovare quella chiamata. Senza quest’aria non potremmo essere buoni consacrati». E quindi ha portato l’esempio di Madre Teresa che «era una macchina per cercarsi dei problemi» ma «le due ore di preghiera davanti al Santissimo, nessuno gliele toglieva».
Parlando della povertà il successore di Pietro ha detto a frati e suore che è un «muro» che difende. «Ti difende – ha spiegato – dallo spirito della mondanità, certamente. Noi sappiamo che il diavolo entra dalle tasche. Tutti noi lo sappiamo. E le piccole tentazioni contro la povertà sono ferite all’appartenenza al corpo della vita consacrata». «Ci sono tre scalini – ha quindi proseguito papa Francesco – per passare dalla consacrazione religiosa alla mondanità religiosa. Sì, anche religiosa; c’è una mondanità religiosa; tanti religiosi e consacrati sono mondani. Tre scalini. Primo: i soldi, cioè la mancanza di povertà. Secondo: la vanità, che va dall’estremo di farsi “pavone” a piccole cose di vanità. E terzo: la superbia, l’orgoglio. E da lì, tutti i vizi. Ma il primo scalino è l’attaccamento alle ricchezze, l’attaccamento ai soldi. Vigilando su quello, gli altri non vengono».
Infine il Pontefice ha parlato della pazienza, necessaria non solo «davanti alle sofferenze del mondo» ma anche «davanti ai problemi comuni della vita consacrata», tra cui quella della «scarsità delle vocazioni ». Di fronte a quest’ultimo problema a volte la risposta è quella di chiudere i noviziati e intraprendere il cammino dell’«ars bene moriendi». «Manca la pazienza e non vengono le vocazioni? Vendiamo e ci attacchiamo ai soldi per qualsiasi cosa possa succedere in futuro. Questo è un segnale – ha avvisato papa Francesco –, un segnale che si è vicini alla morte: quando una Congregazione incomincia ad attaccarsi ai soldi. Non ha la pazienza e cade nella seconda “p”, nella mancanza di povertà». Ma «questa “ars bene moriendi”, è l’eutanasia spirituale di un cuore consacrato che non ce la fa più, non ha il coraggio di seguire il Signore. E non chiama…».
Se non c’è «pazienza» ha poi detto il Pontefice «si capiscono questi carrierismi nei capitoli generali, questo fare le “cordate” prima… per fare due esempi». «Voi – ha aggiunto con un sorriso –non sapete la quantità di problemi, di guerre interne, di liti che arrivano da Monsignor Carballo! (l’arcivescovo segretario della Congregazione, ndr). Ma lui è della Galizia, lui è capace di sopportare questo!».

GIANNI CARDINALE Avvenire 05/05/2018 ROMA

La maledizione di un ricco sottosuolo. CONGO E SUD-SUDAN

PER RIFLETTERE NEL GIORNO DI PREGHIERA E DIGIUNO DI VENERDÌ 23 FEBBRAIO
INDETTA DA PAPA FRANCESCO PER LA PACE NEL CONGO E IN SUD-SUDAN

1. La repubblica democratica del Congo sta vivendo giorni molto difficili. Pur potendo contare su una grande ricchezza del suolo e del sottosuolo, si parla di ben 13 milioni di persone che rischiano di morire per fame.
Il Congo è di fronte ad una grave crisi politica, perché Kabila, il presidente che ha terminato il suo secondo mandato a dicembre del 2016, non intende lasciare il potere. Il fatto più grave è legato al fatto che ampie aree del paese sono interessate ad una guerra, che non sembra finire mai. Le zone più interessate sono quelle del Kivu, che è al Nord, vicino ai grandi laghi, e quelle del Kasai, al Sud. Sono più di cento i gruppi armati che si contendono il controllo del territorio e quindi delle risorse minerarie.
Per poter vivere la popolazione è costretta a lavorare nelle miniere illegali di “coltan”, oro, cobalto in condizioni disumane, sotto posta a soprusi e violenze continue. A chi giova questa situazione? All’industria armiera ed ai suoi mercanti, ma anche ai governi di Rwuanda e Uganda, che con la complicità del governo di Kinshasa e tramite l’impiego di milizie armate si assicurano parti consistenti della ricchezza prodotta.
Questo stato di perenne instabilità fa comodo alle imprese minerarie straniere attive in varie parti del paese con il benestare dei governi delle loro nazioni di provenienza. In assenza di controlli, le imprese dichiarano al fisco ciò che vogliono e se il governo vuole imporre un aumento di tasse minacciano rivolte e caos.
La situazione così com’è fa comodo anche a noi che possiamo acquistare cellulari e computer portatili a costi contenuti perché il “coltan” utilizzato dalle industrie, proviene in gran parte dalla regione del Kivu a prezzo di sfruttamento anche del lavoro minorile.

2. Il Sud-Sudan è uno Stato di recente creazione. Esso ottiene l’indipendenza il 9 luglio 2011. A differenza del Sudan, che è a stragrande maggioranza musulmana, quella del Sud-Sudan è invece cristiana. Ma questo non è stato una garanzia per costruire una convivenza pacifica tra le due grandi etnie, che fanno capo a due personaggi come Kiir e Machar, in lotta tra loro per conquistare il potere.
La maledizione di questo paese è legato al denaro proveniente dall’estrazione del petrolio e che uno dei due contendenti vuole accaparrare per sé e per i propri amici. Il paese, così, si ritrova in uno stato di guerra civile con grave disagio per la popolazione civile, che si ritrova continuamente a fare i conti con ogni sorta di violenza e di sopraffazione.

Ad opera della Fraternità carmelitana di Barcellona P. G. ME