Il Tempio e la Chiesa in uscita

Continuando la riflessione sul doppio registro della religiosità cattolica (cf. qui), caratterizzata dalla tensione tra istituzione e carisma, tra Tempio e storia, mi è parso di scoprire la stessa dialettica nel Tanakh: sembra infatti innegabile che anche nella Bibbia ebraica si intreccino, senza potersi mai riconciliare, la tradizione sacerdotale, che mette al centro il Tempio, il culto, il rito, il sacrificio, e la tradizione deuteronomista e profetica, che indica la strada della giustizia e dell’etica, della legge e della dottrina, come cammini privilegiati dell’incontro con Adonai. Diversità così marcate che possiamo avere l’impressione del miscuglio di due religiosità o, esagerando, di due religioni distinte.
Restiamo in qualche modo prigionieri di questo dualismo che segna la biografia di molti credenti, in cui alcune fasi sono state o continuano a restare ancorate alla tradizione del Tempio e altre, generalmente, a mio avviso spiritualmente e teologicamente più mature, segnate dalla ricerca di un Dio nascosto nei sentieri della storia.
Nella mia famiglia si facevano presenti queste due tendenze: nella mamma, che viveva e annunciava un cristianesimo ortopratico, di origine urbana, e nel papà, legato alla tradizione contadina, che privilegiava spazi sacrali ed ecclesiali. Convivevano nel matrimonio e, quando discutevano, senza dubbio appariva questo conflitto tra la contestata ipocrisia dell’appartenenza alla tradizione cattolica e la necessità di una coerenza etica obbediente al Vangelo. E non posso dimenticare che, in stagioni differenti della mia vita, anch’io sono stato sedotto dalla sacralità e dal potere del Tempio.
È importante ricordare che accettare la conversione per una “Chiesa in uscita” è un’opzione rischiosa, perché, in ambedue i Testamenti, il Tempio e la Tradizione sono nemici mortali dei piccoli e dei poveri. Il Tempio perseguita e uccide metodicamente tutti i profeti fino a Gesù di Nazareth. E la storia della violenza della religione non si ferma “al sangue del giusto Abele, al sangue di Zaccaria” (Mt 23,29-37) e al sangue di Gesù, ma continua a seminare morte, come se fosse l’erede del secondo Tempio – quello di Esdra e Neemia – non certo legataria del Crocefisso vittorioso, condannato dai poteri di questo mondo.
Come sarebbe bello poter riscrivere la storia rivisitando il “prima e il dopo” che effettivamente ci condiziona: prima di Esdra e Neemia e dopo Esdra e Neemia! Combattere con un po’ di fantasia la continuità tra il secondo Tempio e i Templi successivamente egemoni, fino ad aggi. Ci riesce più facile, invece, fingere che viviamo nel tempo dopo Cristo, supponendo di essere ispirati e condotti dalla sua rivoluzione contro ogni potere.
È evidente, però, che non possiamo chiudere gli occhi davanti allo zelo omicida che contaminò anche il profeta Elia (1Re 19,14). Insomma, non è solamente il Tempio il nemico, ma anche il fanatismo dei giusti che diventano massacratori per la difesa del nome di Dio, sia nella Bibbia sia nella storia dei cristiani. Zelo genocida questo, che, secolarizzato dalle dittature di destra e di sinistra, trova nella tradizione religiosa gli alibi, le giustificazioni “teologiche” e “morali” dell’oppressione e dell’eliminazione dell’Altro, del “diverso”.
Insomma, oggi, ancora una volta, sapendo che il conflitto è biblicamente e storicamente normativo, siamo chiamati a scegliere se stare dalla parte di Saulo o dalla parte di Paolo. Dalla parte dei carnefici. O dalla parte delle vittime e dei testimoni.

Articolo di Flavio Lazzarin tratto da http://www.settimananews.it/chiesa/tempio-la-chiesa-uscita/?utm_source=newsletter-2021-07-13

Noi preti siamo capaci di futuro?

Ho letto quanto scritto su La Voce nelle settimane scorse, a proposito delle difficoltà che viviamo noi preti e in particolare quanto proposto da don Luigi Maistrello. Vi ho trovato punti che condivido e altri meno.
Condivido la sua sofferenza per il clima di “pericolosa rassegnazione”. La si nota nelle nostre comunicazioni, nei nostri silenzi e soprattutto nella ricerca, purtroppo diffusa, di un comodo rifugio, lontano da novità e sorprese.
Condivido il bisogno ormai pressante di luoghi e spazi di parola, di confronto, di condivisione, perché solo liberandoci dai pesi che appesantiscono il nostro cuore possiamo ritrovare slancio nell’impegno missionario. Sono convinto di quanto sia terapeutico il parlare tra di noi, per questo ringrazio don Luigi per l’opportunità creata.
Riconosco che le nostre visioni sono diverse, ma per questo sono arricchenti. Personalmente non mi sento al tramonto, ma all’alba di un nuovo modo di essere Chiesa, “cuore amante” nella società. Questa immagine è molto bella, come tante altre parole di santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto santo.
Don Luigi ha ragione: come preti, siamo a volte senza entusiasmo, apatici perché conosciamo ciò che abbiamo perso e non ci piace il nuovo modo di essere Chiesa e di essere preti che si delinea davanti a noi.
Ma per me, l’immagine – proposta da don Luigi – del prete (“piccolo vescovo”) che passa per le comunità per animare, per confortare, per annunciare, alla maniera di san Paolo, e non le tratta come suo possesso, è fonte di entusiasmo e di gioia nel cuore, perché ci riporta all’essenziale. Credo che per le comunità cristiane non pesi solo il fatto che siamo “pochi” preti, ma ancor più il fatto che siamo preti tristi, disanimati, scoraggiati.

Spazio ai laici, uomini e donne
È vero: territorialmente le nostre unità pastorali rischiano di crescere anno dopo anno, per questo abbiamo bisogno di ripensare il nostro servizio alle parrocchie. Non possiamo in pochi portare i pesi di quando eravamo molti! Perché non prendere in mano gli Atti degli Apostoli e abbeverarci al coraggio, alla creatività, alla libertà delle prime comunità, in cui fiorivano tanti ministeri, maschili e femminili, tanto necessari nel nostro tempo, come la pandemia ci ha mostrato?
Non concordo con don Luigi rispetto a quelli che definisce “scandali”. Io li vedo come “segni della provvidenza”. Sinceramente, non ritengo uno scandalo che alcune canoniche vuote siano destinate ad accogliere famiglie di profughi. Anzi!
Mi dispiace vedere le canoniche chiuse… soprattutto se dentro c’è un presbitero! Sogno che alcune canoniche siano abitate da “famiglie missionarie a km zero”. Sono dispiaciuto nel vedere molti oratori in difficoltà, ma non dobbiamo dimenticare, da un lato, la grande mancanza di preti giovani nella nostra diocesi e, dall’altro, l’interessante tentativo di sostituirli con gli “animatori di oratorio”.
Personalmente, credo che i nuovi oratori possano essere anche le case, ove si ascolta e si annuncia la Parola nella lectio divina. Questi mesi difficili hanno fatto emergere esperienze interessanti di preghiera e annuncio nelle famiglie, che sta a noi promuovere. È anche una provvidenza se riusciamo a cedere alcune strutture e diventiamo una Chiesa più povera ma non per questo meno significativa.
Non ritengo scandaloso che il prete debba partire per nuove destinazioni, anche se la norma dei nove anni può essere rivista. Ritengo molto più scandaloso, vedere un prete che perde la disponibilità a partire, perché legato alle sue piccole o grandi ricchezze e abitudini!
Ritengo salutare ispirarsi, come singoli e come comunità, a Evangelii gaudium 27 che ci chiede una conversione missionaria di strutture, abitudini, linguaggi, progetti. Perché non chiedere insieme allo Spirito che ci renda leggeri, sempre pronti a partire, invece che rimanere “seduti”?
Le relazioni sono decisamente importanti, soprattutto se nascono dalla fede.

Una Chiesa fraterna e ministeriale
Ringrazio don Luigi, per questa occasione in cui mi aiuta a riaffermare il sogno che mi fa lavorare e per cui cerco di spendermi giorno dopo giorno: con tanti altri, sogno una Chiesa fraterna, ministeriale, corresponsabile, più femminile, già intravvista nel Sinodo diocesano, confermata dall’EG e da tanti passi che la nostra diocesi ha compiuto in questi trent’anni! Se guardo al recente motu proprio Spiritus Domini di papa Francesco, direi anche una Chiesa impostata sul sacramento del battesimo, più che sul sacramento dell’ordine, senza negarne l’importanza.
Condivido con don Luigi il sogno di una Chiesa caratterizzata da uno stile “familiare”, dove, proprio per questo, non ci può essere una sola testa che pensa e decide per tutti. Nelle famiglie non avviene così. Al contrario, ci si mette intorno alla tavola, si pensa, si parla, si decide insieme, perché “ciò che interessa tutti, va deciso da tutti”.
Per questo motivo, nell’applicazione del canone 517§2, la diocesi ha scelto di non affidarsi ad una persona sola, religiosa o laica, ma a un gruppo di persone che insieme aiutano il parroco nella cura pastorale della comunità, evitando così che una persona prenda possesso della parrocchia, diventi un funzionario o cada nel clericalismo.
Vorrei, a questo punto, condividere una personale sofferenza: come mai noi preti siamo così restii a valorizzare i ministeri laicali? Come mai ci lamentiamo di avere tanto da fare e poi non riusciamo a condividere i pesi con laici e laiche desiderosi di assumere le responsabilità?
Occorre cambiare alcuni punti del Codice, d’accordo, ma ci dobbiamo intanto chiedere: siamo disposti a dare fiducia? Siamo disposti a comunicare sul piano della fede, oppure temiamo di perdere il potere, il controllo della situazione o di non sapere più cosa fare?
I gruppi ministeriali non sono stati pensati per sostituirsi ai parroci, ma per sgravarli di tante incombenze che possono essere realizzate dai laici, in modo che essi abbiano più tempo per… essere preti!
I laici non possono esercitare nuovi servizi, senza una formazione adeguata. Mi chiedo: noi preti, chi stiamo formando? Stiamo formando nuovi ministri, per esempio, persone in grado di presiedere le assemblee domenicali, in caso di assenza del presbitero?

Formatori dei formatori
Dedicandoci alla formazione dei laici, noi preti possiamo recuperare il nostro ruolo di “formatori dei formatori”. La nostra vita è  effettivamente piena di riunioni: perché non rendere queste riunioni occasioni di formazione liturgica, spirituale, teologica, pastorale? Sono certo che questa trasformazione farebbe bene ai laici e ancor più a noi preti.
Si tratta di una conversione che avrà bisogno ancora di tempo: non è facile ripensare il nostro modo di essere preti in una Chiesa sinodale. Non siamo abituati a trattare i laici, e soprattutto le laiche, come persone adulte anche nella fede.
Ci chiediamo: come possiamo rispettarci e lavorare insieme, se noi, per formazione lavoratori individualisti, non ci formiamo attraverso l’esperienza delle fraternità presbiterali, in cui vivere relazioni vere, profonde, affettuose?
Condivido il fatto che la Chiesa possa aver bisogno di preti “pochi, preparati e motivati”, ma noi, così fragili e disorientati, lo siamo?
La Chiesa sarà sempre più insignificante se continua a rimanere chiusa nelle canoniche e nelle strutture parrocchiali, se continua a non frequentare i luoghi abitati dalle nuove generazioni, come i social; se resta lontana dai luoghi in cui si decidono le sorti della gente; se si disinteressa delle questioni vitali (come ci sono state indicate dal convegno nazionale di Verona, nel 2007).
Sono consapevole, rispetto alla proposta di don Luigi, di proporre, o semplicemente ricercare, una visione di Chiesa diversa. Quella che ho presentato in queste righe cerca di portare avanti il cammino iniziato con il 25° Sinodo diocesano e rafforzato dalle indicazioni dell’Evangelii gaudium di papa Francesco.
Riconosco che i punti oscuri sono ancora tanti, per cui dialogo e confronto sono necessari, quanto la preghiera. Sono però sicuro che stiamo vivendo un momento straordinario per la nostra Chiesa e che sarebbe davvero un peccato, perdere questa occasione.

Lettera ai vescovi italiani

Cari pastori,

da semplice laico cristiano oso rivolgermi a voi. Che la casa bruci ce lo dicono i bollettini quotidiani dei morti e dei contagi, le famiglie che non ce la fanno, i ragazzi privati della scuola, la conclamata impotenza della politica culminata in una irresponsabile crisi di governo che ha costretto il presidente della Repubblica a chiamare in servizio l’italiano più autorevole. Con parole gravi che hanno dato il senso della portata drammatica della congiuntura.

In questo tornante così speciale della nostra storia civile, penso sia utile e attesa una vostra parola.

Processo per un Sinodo italiano
Papa Francesco, la figura che, più di ogni altra nel mondo, con gesti e parole, si è mostrata all’altezza della crisi epocale che ci ha investito, ha dato una scossa alla nostra Chiesa italiana. Lo ha fatto in occasione del suo incontro con l’Ufficio catechistico della CEI. Con quel linguaggio franco e diretto che gli è proprio, ma che, ne sono sicuro, rivela l’amore speciale che, in quanto vescovo di Roma e primate d’Italia, egli porta alla nostra Chiesa. Cui ha chiesto di riprendere il suo appello a un percorso sinodale, appello levato in occasione del convegno ecclesiale del 2015 a Firenze.
Francesco propone un Sinodo e, più ancora, lo stile sinodale come modo di essere e di vivere della nostra Chiesa. Con questo spirito e in forza dell’”indole secolare” che il Concilio attribuisce a noi fedeli laici, mi permetto di fare cenno ad alcuni segni (problematici) di questo nostro tempo che ci interpellano e che esigono una parola, un giudizio, un nostro concreto impegno. Con una premessa.
Abbiamo alle spalle una stagione – mi esprimo con franchezza – nella quale non tanto la Chiesa quanto i vertici della CEI non hanno lesinato un interventismo politico sui vertici della politica: partiti, parlamento, governo. In nome di “principi non negoziabili” evocati un po’ astrattamente. Cioè non mediati culturalmente e politicamente dentro la nostra società democratica ed eticamente pluralista. Al prezzo di una doppia mortificazione: della collegialità dei pastori e dell’autonomia responsabile dei laici politicamente impegnati. Forse anche a causa di questo retaggio oggi scontiamo inerzia e mutismo.

La stagione difficile
Questo tempo nuovo e difficile ci chiama in causa. Non – sul punto Francesco è chiarissimo – secondo il modulo dell’ingerenza nella politica intesa come contesa tra le parti. Ma, questo sì, come cura per la Politica con la maiuscola. Sul registro della radicalità evangelica e della profezia, che giudica, incalza, sferza la politica. Senza fare calcoli di convenienza e sfidando il facile consenso.
Con questo spirito e profittando della consultazione delle realtà sociali cui si è impegnato il governo – uscente ed entrante – ai fini della predisposizione del Next Generation EU, la CEI, formazione sociale sui generis, potrebbe anche segnalare pubblicamente e in trasparenza a parlamento e governo talune priorità a lei care.
Chi è avanti negli anni ricorda qualche caso di un tempo lontano nel quale la Chiesa italiana si mostrò capace di operare un discernimento puntuale e di levare una voce che ebbe eco nel paese: il convegno ecclesiale del 1976 su “Evangelizzazione e promozione umana”, il documento del 1981 su La Chiesa italiana e le prospettive del paese e quello del 1991 titolato Educare alla legalità. Come accennato, la singolarissima criticità del momento meriterebbe una parola mirata sulle questioni che più urgono.
La prima: la gestione della pandemia. Sono manifestamente in gioco questioni di natura etica. La difesa della vita, la dignità e l’uguaglianza delle persone non sono prive di implicazioni pratiche.
Penso al doveroso rispetto delle misure di sicurezza e al principio di precauzione. Primari rispetto alle pur legittime esigenze dell’economia. Vanno condannate le posizioni che occhieggiano al negazionismo.
Penso al netto ripudio della teoria secondo la quale la tutela della vita e della salute delle persone anziane o malate possa essere sacrificata.
Penso al concreto assetto del nostro sistema sanitario. Un bene prezioso nel suo carattere universalistico, ma afflitto da problemi: i tagli operati negli ultimi dieci anni, il depauperamento della medicina di base, l’ingerenza indebita della politica, una regionalizzazione che ha rivelato i suoi limiti.

Coesione sociale e demografia
Seconda: l’acutissima questione sociale. Qui si richiederebbe il coraggio profetico di una posizione controcorrente. Si profilano disoccupazione, precarietà, povertà di dimensioni senza precedenti dal dopoguerra. La politica discute di come dosare sussidi/ristori (per definizione a termine) e investimenti. Ma quasi nessuno ha il coraggio di porre, nei termini adeguati al bisogno, la questione fiscale. La patrimoniale è parola tabù per i politici.
Ma conta la sostanza, non la parola. I più audaci timidamente balbettano di un limitato contributo attinto dai grandi patrimoni. Troppo poco: si ricaverebbero modeste risorse. Ben altro è necessario. Tutti i contribuenti – lavoratori e pensionati – dovrebbero concorrere per la propria parte, secondo un criterio progressivo. Perché non studiare e proporre, a viso aperto, una tassa di scopo di uno o due anni dichiaratamente finalizzata alla fuoriuscita dal dramma sociale prodotto dalla pandemia?
Si richiede di reimpostare un vero e proprio patto sociale e fiscale. Aiutare chi non ce la fa non è anch’esso un principio non negoziabile per un buon cristiano? Ci si può contentare del soccorso volontaristico dei più generosi e solleciti o non si devono attivare le leve della “carità politica” e dei suoi strumenti universali quale appunto il fisco? Chi lo può proporre se non la Chiesa, per missione tenuta a proclamare verità e giustizia costi quel che costi?
Terza questione: l’inverno demografico. A riguardo l’Italia vanta un triste primato. È forse il più eloquente indicatore di un deficit di fiducia nel futuro. Un indizio della decadenza della nostra civiltà. Un serio problema umano e sociale, ma anche economico, che nuoce alla stessa crescita. È noto che a produrlo operano ragioni di natura culturale. Ma vi sono anche responsabilità in capo a politiche pubbliche inadeguate o omissive. La disoccupazione e la precarietà del lavoro giovanile che inibiscono progetti di vita, il deficit di sostegni, monetari e non, alle famiglie, la difficile conciliazione tra tempi di vita e di lavoro (cruciale soprattutto per le donne lavoratrici, in Italia particolarmente penalizzate e mai come oggi sospinte fuori dal mercato del lavoro), l’insufficienza di asili nido, la concreta impossibilità per i giovani di acquistare casa.

I cittadini di domani
Quarta priorità: la giustizia tra le generazioni. Sarebbe bello che, nella messa a punto del Recovery plan, significativamente titolato Next Generation EU, la Chiesa italiana si impegnasse a dare un suo contributo. Di riflessione, di proposta, di vigilanza critica. Affinché davvero quel piano, destinato a disegnare un nuovo volto del nostro paese, sia interamente orientato a quell’obiettivo.
Esemplifico. A parole, tutti ne fanno cenno, ma non si fa nulla per porre un argine all’impennata del debito pubblico che peserà su più generazioni. Anche qui si discute di debito buono e di debito cattivo, di assistenza e investimenti. Ma a fare problema è il debito come tale e la sua proiezione temporale. La politica, ossessionata dal consenso a breve, non se ne cura per davvero. Sotto la voce giustizia tra le generazioni vanno inscritti la povertà educativa, l’analfabetismo funzionale, l’abbandono scolastico in vaste aree del paese.
Quinto: la remissione del debito dei paesi poveri. Di recente David Sassoli, presidente del parlamento europeo, ha evocato la possibilità di cancellare o ridurre l’extra debito accumulato dai paesi europei prodotto dalla crisi del Covid 19. Proposta criticata, ma per nulla blasfema se si considerano le molte (e argomentate anche tecnicamente) idee avanzate in tal senso da autorevoli studiosi e politici dopo la crisi finanziaria del 2007-2008: a fronte della crescita esponenziale ma diseguale del debito pubblico si immaginarono eurobonds garantiti congiuntamente da tutti i paesi europei. A maggior ragione si devono considerare i debiti dei paesi poveri.
Vent’anni fa, in occasione del Giubileo, Giovanni Paolo II fece un accorato appello, cui si unirono molte organizzazioni della società civile e la stessa chiesa italiana, che non rimase inascoltato da parte di vari Stati e istituzioni finanziarie. Ne beneficiarono 52 tra i paesi più poveri, cui si chiese di fare la propria parte (trasparenza, responsabilizzazione, vincoli all’uso concordato di fondi). Ora si ripropone il problema anche a motivo della pandemia e papa Francesco ne ha fatto cenno nel suo messaggio pasquale. Di più: l’Italia si appresta a presiedere il G20. Una elaborata sollecitazione al riguardo alle autorità politiche da parte della nostra chiesa penso sarebbe appropriata.
Sono solo esempi. Altri se ne possono aggiungere. L’importante è il principio e cioè l’idea che, in questa congiuntura critica, la Chiesa italiana, con e attraverso la vostra voce, non faccia mancare la sua parola, la sua testimonianza, il suo schietto giudizio sui problemi che affliggono la società in una prospettiva evangelica. Con intelligenza, libertà e coraggio. A valle di una riflessione e di un confronto partecipato dentro la comunità. Che, già di per sé, sarebbe un attestato utilmente controcorrente rispetto al tenore leggero e sloganistico che contrassegna il dibattito pubblico affidato ai social media e ai talk show tv.

Un pensare e un camminare insieme – appunto sinodale e storicamente situato – da parte di una Chiesa estroversa che si fa compagna di strada delle persone e delle comunità che sono in Italia.

http://www.settimananews.it/chiesa/lettera-ai-vescovi-italiani/?utm_source=newsletter-2021-02-16

Volti senza nome

Giulio Regeni, un giovane studente, nostro connazionale, è stato ucciso, massacrato, alla fine del gennaio 2016 a Il Cairo da agenti delle forze di sicurezza egiziana: il suo omicidio attende ancora giustizia e l’opinione pubblica italiana, a quasi cinque anni di distanza, sollecita i governi – italiano e soprattutto egiziano – perché sia fatta chiarezza e siano finalmente dichiarate precise responsabilità.
Altrimenti – prima e dopo la morte di Regeni e ancora in questi giorni – decine e centinaia di migranti, donne, uomini e bambini, continuano a morire per annegamento nel Mare Mediterraneo davanti alle coste italiane. Mentre nessuno dai paesi d’origine, da quel che risulta, richiede di appurare le responsabilità della loro morte, né fornisce una qualche informazione che riguardi ciascuna di queste persone singolarmente: come se non fossero mai esistite. Corpi senza nomi.
Da decenni nel nostro paese si insiste, penosamente, a discutere di sé stessi e degli interessi nazionali, su come e quanto impedire a queste persone in fuga da fame, crisi climatiche e conflitti etnici, specie se di colore, di varcare i nostri confini. Animatamente si polemizza per bloccarle al loro arrivo, ostacolarne il movimento sul territorio nazionale, riuscire a rispedirle al più presto perché irregolari o clandestine. E così non vederle mai più.
Nonostante questo prevalente atteggiamento, molte delle persone migranti che, partendo dall’Asia, dall’Africa, dal Sud America sono riuscite ad approdare in Italia, si sono qui inizialmente fermate da “irregolari” ed ora vivono tra noi, hanno famiglia, mandano i loro figli a scuola con i nostri figli, lavorano nei nostri campi e nelle nostre officine. Alle “tate”, alle persone “extracomunitarie”, abbiamo persino affidato l’accudimento di molti dei nostri bambini col nostro e col loro futuro, delle nostre nonne e dei nostri nonni con la nostra memoria. Ai sikh abbiamo affidato la cura delle vacche dal cui latte si trae il formaggio grana, orgoglio ed eccellenza della Pianura Padana.
Queste persone sono spesso vestite, specie le donne, in modo diverso da noi, ma non interessa vederle una ad una, in maniera distinta, secondo la comunità di appartenenza, la propria lingua, cultura, musica e culto. La loro presenza preoccupa, infastidisce: si preferisce che non compaiano pubblicamente.
Insomma, da una parte si pretende che non ci siano proprio, dall’altra, ne abbiamo semplicemente bisogno.
Le posizioni xenofobe e i comportamenti ad esse correlati non costituiscono tratti esclusivi della estrema destra politica, come mostra il diffondersi di ideologie securitarie di “sacralizzazione nazionale” dei territori e come dimostra il fatto che nel nostro paese non si sia ancora riusciti ad introdurre il principio legislativo dello ius soli mentre continua ad albergare il solo ius sanguinis quale requisito di accesso al diritto di cittadinanza.
Certamente la popolazione italiana non esprime solo diffidenze. Sono senz’altro presenti e diffuse le pratiche umanitarie e di carità volte ad alleviare le deprivazioni e ad affrontare le più drammatiche disdette della vita quotidiana delle persone immigrate. Ma si tratta piuttosto di atti di dedizione volontaria che di volontà politica programmata ed organica alla vita sociale.
Forse non ci si rende ben conto del fatto che così stiamo cancellando la nostra storia e la nostra cultura di penisola immersa nel Mediterraneo – teatro geografico, da secoli, di incontri e di scambi fra le genti d’Asia, d’Africa e d’Europa – e che stiamo facendo un’opera di rimozione del nostro passato coloniale, di quello interno avverso alle popolazioni meridionali come di quello esterno avverso alle popolazioni di Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia, senza qui parlare delle manifeste avversioni espresse nelle leggi razziali fasciste avallate da un re Savoia.
Questa grave opera di rimozione, a mio modo di vedere, impedisce di fare pienamente i conti, oltre che col nostro vero passato, anche col presente di una società italiana ormai multietnica e multiculturale.
Altri paesi occidentali, più di noi, quali Francia, Regno Unito, Germania, per non parlare degli Stati Uniti, hanno consapevolezza, da più tempo, di essere “multiculturali”. Il che non significa necessariamente che in tali paesi i gruppi etnici abbiano superato le difficoltà di riconoscimento e di reciproco rispetto, ma, almeno in quei contesti, le cose vengono chiamate col loro nome, ossia là si parla chiaramente di razzismo e di “suprematismo bianco”. Il movimento Black lives matter ne è l’esempio lampante.
Ora, è certamente faticoso imparare a convivere: per lingue, fedi, modi di intendere la vita. Ma non possedere consapevolezza storica e di pensiero complica enormemente le cose, perché alimenta ignoranza ed ipocrisie, impedisce di vedere i veri problemi e le loro possibili soluzioni, di riconoscere il valore delle grandi risorse umane dei migranti nella loro appartenenza alle comunità culturali di origine.
Da sempre sostengo la necessità dello studio e dell’approfondimento della nostra storia nazionale, compresa la nostra ancor recente e drammaticamente attuale storia di italiani emigrati all’estero. Milioni di italiani se ne sono andati nelle Americhe, in Australia, nei paesi del Nord Europa, di solito senza conoscere lingue, costumi, istituzioni dei luoghi verso il quale si stavano dirigendo. Risulta per me di grande interesse recuperare tutto il patrimonio di speranza dei migranti italiani, la forza del mandato ricevuto dalle loro famiglie, le risorse di umanità poste nelle mete, nei recapiti dei congiunti e dei compaesani da raggiungere, nelle attese di apertura e di ospitalità delle genti incontrate. Queste persone – italiane – sono emigrate nel mondo intero partendo da una comunità di appartenenza, con una loro identità, religiosità,  retroterra di relazioni affettive. Con questo patrimonio hanno saputo resistere nelle situazioni più dure e ostili.
Studiare e conoscere il nostro passato significa voler comprendere quel che sta accadendo, prendere parte alla vita di quel (meno del) 9% di persone immigrate tra noi, per costruire un futuro comune del nostro paese.

http://www.settimananews.it/societa/migranti-vite-inesistenti/?utm_source=2020-12-15

Don Roberto Malgesini, “pane per gli ultimi”

Don Roberto Malgesini, un prete di 51 anni, di Como, è stato ucciso a coltellate a opera di un tunisino che il sacerdote conosceva e aveva, più volte, aiutato. La notizia è rimbalzata presto in Valtellina, a Como e nella Chiesa tutta e, in particolare, nella comunità di Regoledo di cui don Roberto era originario. «È sempre stato un prete molto in gamba… sin da piccolo aveva espresso il desiderio di fare del bene agli altri». Così lo ricorda don Vito Morcelli, il parroco della popolosa frazione del Comune di Cosio Valtellino. C’è riuscito alla perfezione! E l’ha fatto, giorno dopo giorno, con entusiasmo. Con radicalità evangelica. Voleva stare con gli ultimi. “Gli ultimi sono il suo pane”, proprio come ripete Papa Francesco. La sua è stata una gran bella testimonianza. Un martire, un altro martire nella Diocesi di Como.

Di seguito proponiamo un video di p. Roberto Raschetti che ricorda don Roberto che ha conosciuto personalemente negli anni del seminario minore.

Preghiamo per don Roberto per la sua famiglia e le persone care alle quali è stato strappato da una violenza incomprensibile.