Preti così

Ho trovato in Settimana News un articolo che ho colto molto interessante e desidero proporre alla vostra attenzione

Per le nostre comunità parrocchiali abbiamo bisogno di pastori che sanno vedere oltre e lontano.
Che si lasciano trafiggere per primi il cuore e la vita dalla spada della Parola e dall’amore del Cielo.
Che perdano l’ossessione per se stessi e ritrovino la sensibilità per il pianto altrui.
Che non stiano a calcolare il tempo, né a vedere l’orologio.
Che siano disposti a farsi mangiare proprio come Uno che conosciamo.
Che abbiano a cuore tutti, a cominciare dagli ultimi proprio per non escludere nessuno.
Che si lascino disturbare sempre e da tutti.
Che vadano a cercare tutti proprio come Dio ha fatto subito e per sempre.
Che non si accontentino di novantanove pecore su cento, ma che non abbiano pace finché non ritrovino anche l’ultima.
Che non diano solo regole e divieti ma che portino pace e vera libertà.
Che sappiano indicare la meta e con pazienza ricalcolare il percorso tutte le volte proprio come un tomtom.
Che siano attenti alla fame, alla sete, alla nudità, alla mano tesa di chiunque, non pensando mai che queste sono cose secondarie.
Che sappia offrire sempre anche ciò che gli altri non sanno chiedere, ma che desiderano tanto.
Che sappia regalare momenti di semplice spensieratezza e offrire rapimenti ultraterreni.
Che non passi mai oltre e mai dall’altra parte quando incrocia un uomo, tantomeno se ferito.
Che sappia sempre qual è l’indirizzo del malato e non lo lasci solo. Che sappia piangere con chi piange.
Che sappia aspettare e trascinare. Stare insieme e andare avanti.
Che non perda mai di vista chi rimane indietro.
Che sappia avere una parola per lo sfiduciato e una carezza per chi è solo.
Che non si metta al di sopra degli altri ma che – come gli ricorda la parola con la quale viene definito “ministro” – sia disposto a stare sotto per sostenere chiunque.
Che non abbia timore a bussare e non abbia paura di aprire.
Che possa portare il profumo di Cristo e l’odore delle pecore.
Che sia disposto a lavare i piedi non solo il giovedì santo durante la liturgia.
Che gioisca quando qualcuno gli chiede di confessarsi.
Che quando celebra la messa o qualsiasi altro sacramento ci metta tanta di quella passione da contagiare.
Che non trattenga nulla di quanto gli passa nelle mani se non quello che gli basta per vivere.
Che sia disposto a fare anche le cose più umili.
Che non scansi la fatica e il lavoro come fossero malattie.
Che sappia riconoscere le pecore dai lupi e non abbandoni il gregge quando è minacciato.
Che sappia accettare le offese e sopportare l’ingratitudine.
Che abbia un bagaglio leggero per essere sempre pronto alle variabili verticali.
Che coltivi un’intimità con Dio che gli trasfiguri il volto come Mosè.
Che sappia riconoscere le orme del Risorto e il passaggio degli angeli.
Che sappia gioire di ogni piccolo traguardo dei suoi fedeli e dei suoi confratelli.
Che respinga la mondanità ma che ami il mondo.
Che non si ostini a fare da solo.
Che senta la gioia di andare a due a due e di lavorare insieme.
Che non creda mai di essere migliore degli altri.
Che si ricordi sempre che è stato generato in una comunità e che non si trova in nessun posto a nome suo.
Che sappia essere operatore di pace e costruttore di comunione.
Che non sia mai causa di divisioni.
Che sappia innamorare tutti alle cose belle.
Che risvegli la nostalgia che ogni uomo porta nel cuore del cielo.
Che, mentre conduce pian piano le pecore madri, cioè quelle che, per la loro generosità, sono stanche, si porti gli agnellini sul petto, cioè abbia cura dei piccoli e dei giovani, sappia stare con loro e si lasci contagiare dalla loro fantasia e dalla loro esuberanza.
Che sappia essere vicino a tutti e non sia estraneo a nessuno e distante da nemmeno uno, soprattutto se l’ultimo.
Che sappia essere talmente libero da essere pronto a lasciare tutto come la prima volta.
Che abbia fiducia nella provvidenza e non si lasci vincere dalla paura.
Che abbia una speranza nel cuore e corra spedito verso la meta.
Che sia contento di farsi popolo e non guardi nessuno dall’alto in basso.
Che faccia tutto per amore di Colui che l’ho ha amato.
Che gli scoppi nel cuore la gratitudine per la grande quantità di regali che riceve.
Che sappia inginocchiarsi davanti al tabernacolo e lo sappia fare anche davanti alla carne di Cristo nei fratelli.
Che sia uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni (papa Francesco).

Preti così ce ne sono. Forse non hanno tutte le qualità che agli occhi nostri sembrano necessarie e fondamentali, ma ce ne sono.

Agonia di Gesù

L’angoscia era tale, che gli apparve un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra (Lc 22, 43-44). La preghiera di Cristo contrasta con il comportamento degli Apostoli: rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro:
– Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione (Lc 22, 45-46).
Tre volte Gesù tornò vicino a quelli che lo accompagnavano, e tutte e tre le volte li trovò addormentati, finché fu ormai troppo tardi: – Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino.
E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni (Mc 14, 41-43). Con un bacio tradì il Signore, che fu arrestato mentre i discepoli lo abbandonavano e fuggivano.

Gesù nel Getsemani

“In nessuna scena dei Vangeli la figura di Gesù appare così lontana da quella di Dio. In nessuna altra scena lo vediamo così vulnerabile, esposto, fragile, mancante. La sua fine è imminente ed egli ama troppo la vita per accettare la sua perdita. I suoi discepoli lo lasciano solo, misconoscono il suo nome, lo svendono per trenta denari. Il suo popolo che aveva acclamato la sua entrata trionfale a Gerusalemme lo abbandona. Sarà trattato come il più miserabile dei ladri e dei bestemmiatori. Ma il punto più cruciale è che sebbene sia il figlio unico e prediletto dal padre le sue preghiere cadono nel vuoto. La notte del Getsemani è la notte del silenzio di Dio, è la notte dell’assoluto abbandono. Tutto questo riguarda l’uomo. Tutto noi abbiamo conosciuto il peso di questa notte, il peso del tradimento, dell’abbandono, della caduta, del silenzio del padre.”
Su Famiglia Cristiana, lo psicoanalista Massimo Recalcati legge l’episodio della notte nel Getsemani, vedendovi Dio che obbliga Gesù ad assumere il proprio destino non come un gesto di mortificazione della sua vita, ma come donazione di sé. Gesù non accetta passivamente una condanna che lo costringe al proprio sacrificio, ma sceglie liberamente di consegnarsi al suo destino. In questa consegna, si libera da ogni forma di consegna e ci insegna che ciascuno di noi è responsabile del proprio desiderio.
“Nella notte del Getsemani possiamo distinguere due diverse preghiere che Gesù rivolge a Dio. Nella prima egli chiede la sospensione della Legge, chiede che venga fatta un’eccezione, supplica, più direttamente, di restare in vita, di allontanare il calice amaro della morte. In questo Gesù resta fedele alla sua predicazione: non è forse il padre – come indica bene la parabola lucana del figliol prodigo – colui che interrompe l’applicazione inumana della Legge, colui che anziché alzare il bastone del castigo abbraccia il figlio che ritorna? […] Ma l’attraversamento dell’angoscia e della paura della morte avvengono con la seconda preghiera che è il vero mistero di quella notte. Con questa seconda preghiera Gesù disarma se stesso, il proprio Io, si consegna alla volontà del padre. Ma in questa consegna […] egli si libera di ogni consegna. Non va incontro alla morte come se fosse un destino che gli viene sacrificalmente imposto, ma sceglie quel destino, lo fa proprio. Ecco perché egli non si sacrifica per noi ma offre tutto se stesso in un atto di desiderio e di donazione assoluta che vorrebbe liberare l’uomo dal fantasma fanatico del sacrificio. Non indebita l’uomo, ma lo ama senza interesse.”
Molti uomini, però, a quel tempo vedevano Gesù soprattutto come un nemico. I funzionari sacerdotali del Tempio di Gerusalemme vede nelle sue parole un atto sovversivo, che vuole andare oltre l’eredità religiosa e la sua istituzionalizzazione pensando che il giusto erede sia colui che sa fare propria la parola delle Scritture. Invece, Pietro e Giuda, che gli erano stati vicini, arrivano a tradirlo.
“Pietro e Giuda sono entrambi innamorati di Gesù. Sono tra i suoi discepoli, tra i prescelti. Ma Giuda è stato deluso dal maestro e cova rancore come accade in ogni amore deluso. Dunque è disposto a colpire il suo maestro, a venderlo per il prezzo di uno schiavo. Pietro invece non è affatto deluso. Egli ama profondamente il suo maestro. Ma il suo errore consiste nel non considerare che anche l’amore più puro e assoluto, in quanto umano, può essere attraversato dalla contraddizione e dal cedimento. È quello che accade; egli misconoscerà per tre volte il nome di Gesù. È solo il suo pianto finale che gli consente di intendere la natura umana e, dunque, necessariamente contraddittoria, del suo amore. Sono solo le sue lacrime che gli consentono di ripartire, di ricominciare.”

Missione vocazionale a Torricella (Taranto)

Le nostre Costituzioni ci ricordano in diversi punti l’importanza della collaborazione pastorale, del sostegno nella preghiera di coloro che sono inviati a particolari esperienze di missione, chi rimane a casa consente queste attività continuando con l’attività ordinaria.
Credo nell’opportunità di queste esperienze nel farci conoscere, nel vivere delle fraternità temporanee in missione, essendo pochi forse non ci è consentito di aprire fraternità al momento, ma possiamo fare esperienze simili di apostolato.
Dopo questa introduzione desideravo rendervi partecipi dell’esperienza di missione a Torricella.
Lunedì 18 marzo siamo partiti da Roma e da Loreto per incontrarci a Bitonto attorno alle 11.00, abbiamo celebrato nella casa di pastorale diocesana intitolata al professore Giovanni Modugno, un pedagogista,figura importante per la cittadina di Bitonto, morto, lo stesso giorno e anno di p. Venturini.
Ha presieduto p. Davide nel suo secondo anniversario di ordinazione, abbiamo ricordato p. Mario Venturini e il professor Giovanni Modugno insieme agli aggregati di Bitonto. Dopo la celebrazione ci siamo fermati con loro a mangiare e a fare un po’ di condivisione.
Nel pomeriggio siamo partiti per Torricella facendo una tappa a Polignano a Mare per vedere quel luogo.
Arrivati alla sera a Torricella abbiamo cenato con don Antonio e poi siamo stati accompagnati dalle persone che ci accoglievano nelle loro case.
Abbiamo ricevuto un’accoglienza squisita, don Antonio sempre disponibile e attento, le persone che ci accoglievano nelle loro case non ci hanno fatto mancare niente. Don Antonio ha ben organizzato l’accoglienza, ogni giorno c’era un gruppo che ci preparava i pasti. Generalmente mangiavamo in canonica insieme con don Antonio, sono stati dei bei momenti di condivisione, di amicizia e di programmazione pastorale.
Pur avendo preparato tutto per tempo, ogni giorno guardavamo il programma della giornata successiva e spesso c’era una piccola revisione della giornata o delle singole esperienze. Anche i parrocchiani ci hanno dato accoglienza e disponibilità.
Anche l’incontro con i preti della vicaria è stato molto bello hanno potuto conoscere il carisma in modo più approfondito, anche se don Antonio, manifesta spesso la sua appartenenza e l’esperienza vissuta nelle nostre fraternità.
Visto che l’esperienza è andata bene, ci ha proposto di partecipare a un incontro di un’associazione di preti di Grottaglie, chiamata:”La vite e i tralci”. Io e p. Carlo abbiamo partecipato a questo incontro anch’esso molto bello. Gli altri invece sono andati a trovare gli ammalati.
Ringraziamo il Signore di questa esperienza.
Ovviamente il racconto non vuole essere esauriente, ma un piccolo contributo alla condivisione.

Parte della lettera inviata da padre Giuseppe Stegagno, responsabile della Pastorale vocazionale della Congregazione di Gesù sacerdote, inviata alle Fraternità dopo la Missione vocazionale a Torricella in Provincia di Taranto, nella parrocchia di San Marco Ev. guidata da don Antonio Quaranta.